
Il prezzo dell’olio extravergine d’oliva precipita e mette in difficoltà uno dei comparti più importanti dell’agricoltura italiana, con conseguenze particolarmente pesanti per la Puglia, terra simbolo dell’olivicoltura nazionale.
Le quotazioni, che nel novembre 2025 avevano raggiunto circa 9,20 euro al chilogrammo, sono scese nell’ottobre 2026 a una fascia compresa tra 4 e 4,20 euro. Un crollo superiore alla metà che rischia di compromettere i bilanci delle aziende proprio mentre entra nel vivo una nuova campagna olearia.
La preoccupazione degli agricoltori non riguarda soltanto il valore commerciale del prodotto, ma la possibilità concreta di recuperare le spese sostenute durante l’anno. Raccogliere le olive, trasportarle al frantoio, procedere alla molitura e conservare correttamente l’olio comporta costi che non scompaiono quando il prezzo di vendita diminuisce.
Per molte aziende, soprattutto quelle di dimensioni ridotte, il rischio è quello di lavorare senza margini sufficienti, fino a valutare se convenga davvero procedere alla raccolta.
Prezzi dimezzati, aziende sotto pressione
A fotografare la gravità della situazione è anche l’analisi di Areté. Nel corso del 2026, le quotazioni dell’olio extravergine comunitario sono tornate sui livelli più bassi dal 2022, mentre il prodotto italiano ha registrato una flessione del 47% nell’arco di un anno.
A ridursi sensibilmente è stato anche il differenziale di prezzo tra l’olio nazionale e quello comunitario: il premio riconosciuto al prodotto italiano, che nel giugno 2024 superava i 5.300 euro per tonnellata, a settembre 2026 era sceso a poco più di 900 euro. Un segnale che evidenzia come la distanza economica tra le diverse produzioni si sia progressivamente assottigliata.
Il problema è particolarmente delicato per gli olivicoltori italiani, chiamati a sostenere spese legate alla manodopera, alla gestione degli uliveti, ai trattamenti, ai carburanti, all’energia e alle operazioni di raccolta. Quando le quotazioni scendono al di sotto dei livelli necessari a coprire questi costi, la redditività delle aziende viene messa seriamente in discussione.
Il paradosso è evidente: mentre sulle tavole italiane l’olio extravergine resta un alimento centrale della tradizione gastronomica, chi lo produce rischia di non riuscire a ottenere un compenso adeguato per il proprio lavoro.
Scorte in aumento e produzione spagnola: perché il mercato è cambiato
Alla base della caduta dei prezzi c’è soprattutto il riequilibrio tra domanda e offerta. Dopo due campagne segnate da forti deficit produttivi, le disponibilità di olio sono tornate a crescere, contribuendo a ridurre la pressione sulle quotazioni.
A questo si aggiungono le prospettive della Spagna, principale protagonista del mercato europeo, dove le prime stime per la campagna 2026/2027 indicano una produzione di circa 1,6 milioni di tonnellate, il 29% in più rispetto alla stagione precedente. Se confermato, il dato potrebbe riportare le disponibilità spagnole su livelli particolarmente elevati.
Con più prodotto disponibile, gli acquirenti possono rivolgersi a un numero maggiore di fornitori e i prezzi all’ingrosso subiscono una pressione al ribasso. Per i produttori italiani, tuttavia, il problema è che la riduzione delle quotazioni arriva in una fase in cui molte aziende devono ancora collocare sul mercato l’olio delle precedenti campagne e, contemporaneamente, sostenere le spese della nuova raccolta.
Il risultato è una doppia difficoltà: da una parte le giacenze che faticano a essere vendute alle condizioni desiderate, dall’altra la necessità di finanziare le nuove operazioni agricole senza sapere quale sarà il prezzo effettivamente riconosciuto al prodotto.
La Puglia alza la voce: duemila olivicoltori in piazza a Bari
La crisi ha già provocato una forte mobilitazione in Puglia. Il 12 ottobre scorso, circa duemila olivicoltori, frantoiani e rappresentanti delle cooperative agricole si sono riuniti davanti alla Prefettura di Bari per chiedere risposte concrete alle istituzioni.
Alla manifestazione, promossa da Orgoglio Olivicolo insieme a Confagricoltura Bari-BAT, hanno partecipato operatori provenienti da diverse aree della regione, comprese le province di Bari e della Bat.
La protesta è stata accompagnata dalla richiesta di riconoscere formalmente lo stato di crisi del comparto, così da attivare misure straordinarie per sostenere le imprese in difficoltà. I produttori hanno denunciato il rapido abbassamento dei prezzi, le difficoltà di vendita delle scorte e la concorrenza degli oli provenienti da Paesi extraeuropei, venduti a condizioni che giudicano difficili da sostenere per le aziende locali.
Tra le richieste avanzate figurano la sospensione temporanea dei contributi previdenziali e delle scadenze di mutui e cambiali agrarie, il sostegno finanziario ai frantoi e l’introduzione di strumenti capaci di favorire il ritiro e lo stoccaggio del prodotto, contribuendo a stabilizzare le quotazioni.
Gli olivicoltori chiedono inoltre controlli più rigorosi sull’origine e sulla qualità dell’olio commercializzato, per contrastare frodi, etichettature ingannevoli e pratiche commerciali scorrette. Le importazioni, va precisato, non costituiscono di per sé un illecito: la questione sollevata dai produttori riguarda la trasparenza della filiera, la corretta indicazione della provenienza e le condizioni di concorrenza sul mercato.
Dalla Bat al Salento, il rischio riguarda un’intera filiera
Le conseguenze della crisi non si fermano ai campi. In Puglia l’olivicoltura sostiene una rete economica che comprende aziende agricole, frantoi, cooperative, trasportatori, fornitori di macchinari, tecnici e lavoratori stagionali.
Nella provincia di Barletta-Andria-Trani, territorio nel quale l’olio rappresenta una delle produzioni agricole più riconoscibili, la tenuta del comparto è strettamente legata alla capacità delle aziende di vendere il prodotto a condizioni remunerative. Andria e il territorio circostante, in particolare, vantano una consolidata tradizione olivicola, legata anche alla produzione di olio extravergine e alla presenza di produzioni a denominazione di origine protetta.
Se i ricavi non consentono di coprire le spese, le conseguenze possono ripercuotersi sull’occupazione e sugli investimenti. Un’azienda che rinuncia alla raccolta o riduce le attività può infatti diminuire le giornate di lavoro, rimandare interventi di manutenzione degli uliveti e avere maggiori difficoltà a sostenere gli impegni finanziari.
Il rischio più grande è che una crisi inizialmente legata ai prezzi si trasformi in una difficoltà strutturale, accelerando l’abbandono dei terreni meno redditizi e indebolendo un patrimonio produttivo costruito nel corso delle generazioni.
Il nodo dei costi: quattro euro bastano davvero?
A lanciare un ulteriore allarme è Tommaso Loiodice, presidente di Unapol, secondo il quale il settore sta attraversando una fase di forte crisi. La sua indicazione è netta: per consentire alle aziende di coprire almeno le spese di produzione, il prezzo non dovrebbe scendere sotto i 7 euro al chilogrammo. Si tratta di una soglia indicata dall’organizzazione, non di un prezzo minimo stabilito per legge.
La differenza rispetto alle quotazioni attuali rende evidente la difficoltà. Un prezzo di vendita vicino ai 4 euro può risultare insufficiente per numerose aziende, anche se i costi effettivi variano in funzione della resa delle olive, della produttività degli impianti, della meccanizzazione, della manodopera e delle caratteristiche del prodotto.
Non tutti gli oliveti, infatti, hanno le stesse spese e non tutte le produzioni possono essere valutate allo stesso modo. La qualità, la provenienza, le caratteristiche organolettiche, le certificazioni e il canale commerciale incidono sul valore finale. Il prezzo dell’olio sfuso alla produzione, inoltre, non coincide necessariamente con quello dell’olio imbottigliato acquistato dai consumatori.
Per questo il ribasso registrato sul mercato all’ingrosso non significa automaticamente che il prezzo sugli scaffali debba diminuire nella stessa misura e con la stessa rapidità.
Le risposte attese dalle istituzioni
Dopo le manifestazioni, la questione è diventata anche un banco di prova per le istituzioni regionali e nazionali. Il 14 ottobre, durante una successiva mobilitazione agricola a Bari, la Regione Puglia ha annunciato un pacchetto da 30 milioni di euro per l’agricoltura: 10 milioni destinati a ridurre il peso del carburante agricolo e 20 milioni a sostegno delle filiere. È stato inoltre annunciato un rafforzamento dei controlli lungo la catena produttiva, con particolare attenzione al settore oleario.
Si tratta di interventi che dovranno essere valutati anche in relazione alle modalità di attuazione, ai beneficiari e ai tempi necessari per rendere effettivamente disponibili le risorse. Per gli agricoltori, infatti, la rapidità degli interventi è fondamentale: le spese della raccolta arrivano subito, mentre i ricavi dipendono dalla possibilità di vendere il prodotto e ottenere pagamenti adeguati.
Sul piano nazionale, i produttori chiedono anche una strategia più ampia, che comprenda tracciabilità, controlli contro le frodi, strumenti di regolazione del mercato e misure finanziarie per evitare che le difficoltà di liquidità si trasformino in chiusure aziendali.
La nuova raccolta tra incertezze e speranze
La campagna olearia 2026/2027 si apre dunque in un clima di forte preoccupazione. La disponibilità di prodotto sui mercati europei è cresciuta, ma per i produttori italiani resta essenziale che la concorrenza si svolga in condizioni trasparenti e che il prezzo riconosciuto sia compatibile con i costi sostenuti.
La sfida non consiste semplicemente nel far salire le quotazioni, ma nel garantire un equilibrio che tuteli chi produce senza penalizzare i consumatori e senza alterare artificialmente il mercato. Servono strumenti efficaci, controlli verificabili e interventi capaci di sostenere le aziende più esposte.
Per la Puglia e per la Bat, dove l’olio rappresenta lavoro, tradizione e identità economica, la posta in gioco è particolarmente alta. Dietro il calo delle quotazioni non ci sono soltanto numeri e grafici, ma famiglie, imprese e comunità rurali che dipendono dalla continuità della produzione.
Il timore degli olivicoltori è che una stagione di prezzi troppo bassi finisca per compromettere anche quelle successive. Perché se raccogliere le olive diventa economicamente insostenibile, a rischiare non è soltanto il reddito di un’annata, ma la capacità stessa di mantenere vivi gli uliveti e preservare una delle eccellenze più importanti dell’agricoltura pugliese.
